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Journal · 24 febbraio 2026

Una mattina in laboratorio con il bergamotto

illustrazione-botanica-bergamotto

Alle 8:17 il laboratorio ha ancora l’odore della sera prima: tracce di labdano, un accenno di muschio, una nota di iris rimasta sulle mouillette dimenticate sul tavolo. Apro il flacone di bergamotto come si apre una finestra: la stanza si riorienta immediatamente attorno alla sua luce.

Il bergamotto è spesso trattato come una formalità: lo si mette in testa, lo si lascia brillare per qualche minuto e poi lo si sacrifica in favore di fondi più stabili. Questa mattina, invece, decido di fare il contrario: lasciarlo restare, allungare il suo raggio d’azione il più possibile, vedere fin dove può arrivare senza farsi inghiottire dal resto.

Tenere il bergamotto oltre i primi dieci minuti

Il primo test è quasi didattico: bergamotto, un legno trasparente e un muschio pulito. Funziona, ma è un esercizio di stile, non una storia. Il bergamotto fa il suo ingresso impeccabile, saluta, e se ne va. Prendo nota delle proporzioni, segno un punto interrogativo a margine e passo oltre.

Il vero lavoro inizia quando smetti di chiedere a una materia di essere “piacevole” e inizi a chiederle di essere sincera.

Nel secondo test porto in scena una nota più scura: un accenno di tè nero affumicato. Il bergamotto reagisce subito: si fa meno brillante, ma più profondo, come se la luce fosse filtrata da un tessuto. La combinazione funziona meglio sulla carta che sulla pelle: segno due versioni, una per ciascun supporto, perché il modo in cui un profumo si racconta cambia sempre a seconda di chi lo ascolta.

Annotare gli errori, non solo i successi

Il terzo accordo è un fallimento completo: aggiungo un tocco di vaniglia sperando di arrotondare i bordi, e invece il bergamotto perde nervo, si appiccica, diventa una caramella anonima. È il tipo di errore che va registrato con cura, perché la tentazione di “addolcire” tutto è sempre in agguato, soprattutto quando cerchi di rendere un profumo più accessibile.

Nel quaderno di laboratorio non segno solo ciò che funziona, ma soprattutto ciò che non voglio ripetere: combinazioni da evitare, percentuali che spengono la voce delle materie prime, scorciatoie che portano tutte allo stesso profumo che hai già sentito altrove.

Alla fine della mattina, il bergamotto che mi interessa davvero non è il più brillante, ma quello che sa restare senza dominare, che tiene aperta la stanza senza rubare tutta la luce. Non è ancora una formula definitiva, è solo una direzione: una freccia tracciata a matita, con accanto una data, un orario e un piccolo cerchio che indica “da riprendere”.